Partecipazione maratone Italiane



La relazione statistica tra partecipazione delle maratone Italiane e competizioni è stata descritta in un precedente articolo. Qui invece cerchiamo di rispondere ad un’altra domanda, partendo da una considerazione logica.

Le maratone con più iscritti sono le più veloci?

Un aneddoto universitario

Vi voglio raccontare un piccolo aneddoto dei miei primi anni universitari, che di primo acchito potrebbe non c’entrare nulla con la maratona, ma credo possa essere esplicativo per quanto dirò più tardi parlando di podismo.

Il primo corso che frequentai fu «statistica». Come me prendevano parte alle lezioni gli iscritti al primo anno di psicologia e qualche studente che doveva recuperare l’esame. Dalle 500 alle 600 persone riempivano le aule più capienti dell’università di Milano Bicocca. Grosse stanze a cui si accedeva, e da cui si usciva, tramite 5 porte antincendio con doppie ante poste nella parte alta dello spazio.

Quando siamo in gruppo spesso non pensiamo al meglio

Al termine delle lezioni noi studenti ci precipitavamo verso le porte per tornare alla lieve vita dello studente universitario, tra caffè, lunghe chiacchierate e qualche sigaretta. Proprio al termine delle lezioni avveniva un fenomeno sociale che mi ha da sempre affascinato. Lo studente più veloce, o il più annoiato, si fiondava all’uscita dell’aula, apriva una delle 5 porte, e se ne andava. A seguire una corrente di giovani lo seguiva, fino a creare un notevole intasamento, perché 500 persone possono defluire da un’unica uscita solo molto lentamente. Qualcuno, dotato di coraggio o di insofferenza, apriva una seconda porta, smaltendo in parte la coda, che rimaneva comunque sostenuta al punto da richiedere diversi minuti per fare in modo che tutti gli studenti uscissero dall’aula.

Piccolo particolare. Tutte e 5 le porte funzionavano, ma soltanto 2 venivano utilizzate. Il comportamento più razionale sarebbe stato scontato: aprire una delle rimanenti 3 porte e uscire agevolmente dall’aula. Nessuno lo metteva in atto. Perché? Se escludiamo il timore che le porte fossero allarmate (gli studenti sapevano non esserlo), se non consideriamo possibili limiti intellettivi dei giovani (parliamo di studenti universitari, inoltre la facoltà era a numero chiuso), la risposta può essere ricercata in processi che avvengono quando gli individui si muovono in una moltitudine. Imitazione, evitamento del giudizio altrui e sospensione della cognizione individuale per acquisire un pensiero di massa, sono le motivazioni, a mio parere, più quotate.

Maratona e geometria

Ecco. Iniziamo ora a parlare di Maratona. Domenica 15 Dicembre ho preso parte alla gara tenutasi a Pisa. Non voglio raccontarvi qui come sia andata, desidero parlare di un gioco/osservazione che ho deciso di intraprendere per far passare più velocemente la prima metà di percorso. So che potrei sembrare strano nel parlare di ciò che dirò, ma penso possa essere interessante.

Cosa ho fatto? Per i primi 21 chilometri, ad ogni curva, svolta, ansa del percorso cercavo di calcolare la migliore traiettoria che mi permettesse di percorrere il tragitto più breve. Utilizzavo nozioni basilari di geometria. Tagliare una curva è più breve che seguire la curva. Non tagliavo il percorso, semplicemente percorrevo la traiettoria più breve dopo averla calcolata.

So che il beneficio immediato non è molto, ma in corsa ho ipotizzato che ogni quattro metri recuperati si goda di un secondo di beneficio (stando alla mia velocità di percorrenza). Un tale lavoro potrebbe, secondo me, portare ad un guadagno cronometrico di anche una decina di secondi sui 42,195m. Non molti molti. Non pochi.

Facevo qualcosa di illuminato studiando le traiettorie migliori? Non credo, ma constatavo essere l’unico o uno dei pochi podisti ad avere questa intuizione. I gruppi con cui correvo seguivano la strada come se stessero guidando una vettura, rimanendo in una delle corsie e non utilizzando entrambe le carreggiate. Per tagliare le curve mi trovavo spesso a dover prestare attenzione ai miei compagni di corsa per evitare di inciampare o di farli inciampare.

La solitudine del maratoneta è sempre uno svantaggio?

Ecco. Questo è lo stesso fenomeno che accadeva ai tempi dell’università, quando i miei compagni di corso utilizzavano 2 porte su 5 per uscire dall’aula di formazione. Quando siamo in gruppo la logica seguita non sempre è la più razionale. Non sto dicendo che quando seguiamo la “mente sociale” questa sia sempre erronea. Ad esempio quando guidiamo ci fermiamo ai semafori e questo è un bene. A volte però la “mente sociale” non è la migliore alternativa.

Come quando gli studenti universitari utilizzavano soltanto 2 porte su 5 seguendo acriticamente chi li precedeva, a Pisa i podisti tracciavano traiettorie inefficaci accodandosi ai corridori che guidavano il gruppo. Solo una fantasia cervellotica la mia, magari dettata dallo sforzo? Può essere, ma non credo. Per portare forza alla mia idea racconterò un dato ulteriore.

Singolare notare cosa accadeva circa al 15esimo chilometro. I partecipanti alla maratona e alla mezza si dividevano imboccando percorsi differenti e il procedere della distanza sfrondava i gruppi, lasciando i più in solitaria o in sparute unità. Da questo momento in poi i podisti che osservavo difficilmente disegnavano traiettorie inefficaci e puntavano sempre alla riduzione all’osso della strada percorsa.

Una possibile spiegazione

Come mai accadeva questo? Perché trovandosi soli o in gruppi da 2/3 unità non si creava il comportamento ed il ragionamento sociale che invece avveniva quando i gruppi contavano dai 10 ai 30 podisti. Come accennavo in precedenza le motivazioni che portano a questo processo, ovvero alla “mente sociale”, possono essere diverse.

Innanzitutto vi sono processi imitativi che avvengono quando ci troviamo in un gruppo. Quando stiamo in una moltitudine osserviamo i comportamenti che svolgono le persone intorno a noi e ci modelliamo su di essi; Esiste inoltre una spinta al conformismo. La maggioranza imprime una forza omogeneizzante ed agire in modo divergente apre alla possibilità di ricevere critiche e di essere valutati. Notare la possibile fallacia della maggioranza richiede anche una buona quota di pensiero critico (non inteso in senso strettamente negativo); Infine, un individuo posto in una massa cede spesso la sua individualità, e con essa anche la sua ragione, a scapito di un pensiero semplificato e spesso scarsamente logico. Queste, a una veloce riflessione, sono le possibili spiegazioni che portano i maratoneti a percorrere un tragitto più lungo rispetto a quello ottimale.

Conclusioni

Chiaramente le teorie si fanno con grandi numeri e con prove ripetute. Non posso essere certo che la mia ipotesi sia il risultato di un vizio di pensiero o di un campione statistico troppo ridotto o inattendibile, però…. Per un podista del mio livello una differenza di 10 secondi sul tempo finale di una maratona non cambia la vita, ma può influenzare notevolmente il raggiungimento di un obiettivo cronometrico (es: 3h00:08 e 2h59:59 sono risultati con un impatto differente) e di un possibile PB. Massimiliano Milani, uno degli autori di questo sito, parla spesso di Marginal Gains. Questo a mio parere è un Marginal Gains.

Vero. Studiare geometria, fidarsi delle proprie conoscenze e sviluppare un pensiero autonomo forse non c’entreranno molto con la maratona e la corsa o al massimo non più di una decina di secondi. Ad ognuno la sua scelta. Io opto per risparmiare questo piccolo lasso di tempo.





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