Un Maratoneta in cerca di crisi



Cosa succede quando uno «psicologo di fama» incontra la maratona? Dopo il racconto di Vercelli, Cesare Picco ci descrive la Maratona di Pisa 2018, dove ha corso in 2h55′. Ndr: Cesare è autore del libro, Stress e Performance Atletica, da noi recensito sul blog al link allegato.

Il racconto della maratona di Pisa 2018

Il maratoneta spesso viene percepito come un uomo d’acciaio, capace di resistere alle fatiche ed al procedere dei chilometri. Un uomo temprato dalle intemperie che affronta negli allenamenti. Un uomo mai disposto a mollare. Così veniamo visti dal mondo che ci circonda e così cerchiamo spesso di costruirci, strutturare la nostra identità. Inseguiamo un’idea di forza, di supremazia, la prova di essere performanti nei confronti della vita e del mondo. Un ideale di superomismo e di volontà di potenza. Se lasciamo però un momento da parte la grandezza che accompagna questa disciplina e volgiamo lo sguardo all’ombra che si staglia dietro la figura, cosa scorgiamo? Gli avversari, in fondo, che sfidiamo in ogni gara sono lo scorrere del tempo, la possibilità di essere vulnerabili, mortali, di essere deboli. Cerchiamo di superare le nostre fragilità raggiungendo il traguardo o un obiettivo cronometrico.

Questa corsa, o rincorsa, a volte riesce, a volte meno. Rimaniamo uomini e donne, in sostanza.  Siamo uomini e donne fatti di carne e sangue, che si bardano di armature con forma e sembianza di canotte colorate e selliamo un cavallo fatto di stringhe e suole di gomma. Ecce Homo. Il maratoneta non è Dio. Non è nemmeno un Dio ferito caduto dall’Olimpo. Il maratoneta è mortale ed umano. Un essere terreno, che infatti solca il terreno per 42.195 metri.

Cosa comporta questa umanità intrinseca? Che l’allenamento ci aiuta a raggiungere i nostri traguardi solo in parte, perché a correre poi è l’individuo, colui che non è diviso.

La scelta della maratona di Pisa

Avevo scelto la maratona di Pisa perché avrebbe chiuso il mio 2019. Un anno denso, difficile, con molte gioie e altrettante sofferenze. L’ho scelta per salutare e chiudere un periodo importante della mia vita e per dimostrare a me stesso la mia tempra. Come dicevo prima dietro la figura che gode della luce vi è sempre un’ombra. Uno dei momenti a maggiore carico emotivo del mio 2019 sarebbe avvenuto poco dopo questo evento podistico. Nonostante i miei desideri di tenacia verso la vita, i miei allenamenti sempre più produttivi, il mio obiettivo cronometrico sempre più raggiungibile, le tre settimane prima della maratona ho iniziato a sentire il carico emotivo di ciò che avrebbe seguito tale evento.

La respirazione

Sentivo la mia respirazione diventare superficiale, un peso accumularsi sul petto. Sono uno psicologo e so leggere tali segnali e comprenderne il significato: tristezza. La mia professione e i miei studi mi hanno insegnato e mi permettono di elaborare gli stati emotivi e di alleviarne i sintomi. La respirazione è importante per un Runner. L’ho compreso a pieno in questo periodo. Una respirazione strozzata impatta negativamente sulle prestazioni. Aumenta i tempi di recupero, eleva i livelli di stress, rallenta i ritmi di corsa lenta e veloce. Una respirazione efficace credo possa essere uno dei pilastri su cui edificare la preparazione podistica.

Certo, avrei potuto indurre un miglioramento nella mia respirazione e ripristinare il mio livello normale, ma ho preferito non farlo. Certo sapevo che ciò avrebbe danneggiato la maratona per cui avevo speso tante energie e riposto tante speranze, ma come dicevo all’inizio è l’uomo a correre. Siamo innanzitutto uomini. Lo sport è un dettaglio minimale e transitorio nella vita.

Come sostengono gli esistenzialisti a volte le cose vanno accompagnate e devono semplicemente essere ciò che il destino ha loro riservato. Non volevo vestire i panni dell’eroe tragico, che come Edipo sfida il ciò che gli dei hanno per lui deciso. Io ho preferito abbandonarmici al destino.

Un uomo in cerca di una crisi

Ho deciso di lasciare che la tristezza facesse il suo corso e che governasse il mio corpo. Ero un uomo in cerca di una crisi e questo è quello che è avvenuto al 30-esimo km della maratona. Nulla è importato se con furbizia avessi deciso di impostare un ritmo più lento di quanto potessero le mie gambe. La crisi era ciò da cui dovevo passare e così è stato. Il destino è stato ironico, ha voluto che il muro della maratona fosse posizionato in un luogo per me carico di ricordi. Vita e corsa in quel punto si sono congiunti. Quando la vista ha dato forma alla tristezza, la crisi è stata resa possibile e con le lei ho potuto godere della fatica e del rallentamento ad essa conseguente.

Gli ultimi 12 chilometri

Negli ultimi mesi sono andato sempre a mille. Sono riuscito a mantenere ritmi lavorativi molto sostenuti, chiudere progetti sfidanti, raggiungere traguardi sportivi, godere di belle emozioni, gioire,  seppure fossi fiaccato nell’animo. Avevo bisogno di una crisi per poter rallentare e per portare sulla scena l’ombra.

L’ombra mi ha accompagnato per 12 interminabili chilometri. E’ stata la mia padrona ed io sono stato in sua balia. Poco importava il sapersi gestire. L’impostare un ritmo che nonostante tutto avrei potuto tenere fino al traguardo o addirittura rallentare al punto di riprendermi. Non dovevo riprendermi. Dovevo vivere la crisi e, nella migliore delle ipotesi, arrivare al traguardo.

Ho pensato di fermarmi per ogni singolo metro calpestato. Ho vissuto in una bolla in cui potevo vivere la mia sofferenza. Non so quanto tempo siano durati quei 12 km. Potrei dire siano stati infiniti, come anche la frazione di un battito di ciglia. So che sono stati intensi e che sono stati la mia maratona. I 30 km precedenti sono stati solo un esercizio di forma e stile.

L’arrivo

Mi sono destato pochi metri prima del traguardo. Forse attraversando un sogno lucido o girovagando in una visione psichedelica. Mi ricordo avvicinarmi al gonfiabile posto in piazza dei Miracoli e di scorgere sul cartellone luminoso 2h55’32”.

Non so dire cosa provassi. Gioia per il traguardo raggiunto o rabbia un tempo più alto di quanto preventivato. Non so nemmeno se percepissi fatica o sollievo. Ero semplicemente dove dovevo essere ed ero passato e sopravvissuto alla mia crisi.

Cos’è un maratoneta se non una sorta di Ulisse moderno? Bramoso di superare il limite, di andare oltre, e visceralmente umano. Desideroso di ascoltare il canto delle sirene tentatrici, ma per questo obbligato a legarsi all’albero maestro. Un Ulisse solo senza marinai al suo fianco che possano aiutarlo in questa impresa. Passare accanto allo scoglio delle sirene, come l’affrontare la distanza che dal muro lo conduce al traguardo. Ammaliato da voci seducenti che gli sussurrano di fermarsi e di assaporare il sapore dolce della sconfitta, allontanandolo dalla sua Penelope.

Il suo traguardo Penelope, che per quanto agognato non lo renderà pago, ma quieto, calmo fino a quando il suo sguardo si poserà sulla prossima avventura e sul prossimo limite da superare. Come Ulisse ho voluto sentire le sirene che mi seducevano e chiamavano a loro. Legandomi stretto all’albero maestro sono emerso e rinato da uomo e da maratoneta.


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